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L’Alchimia del Trauma

«La cura del dolore si trova nel dolore» –– Rumi, 1995

Il corpo umano trattiene il ricordo fisico di tutte le nostre esperienze. Numerose ricerche in campo neurobiologico hanno rivelato che le cellule del corpo sono in grado di immagazzinare le informazioni emotive inerenti alle esperienze individuali, come una sorta di imprinting psicofisico. L’essere umano ha numerosi ricordi che vengono immagazzinati tramite l’ausilio del cervello, a numerosi dei quali è possibile accedere tramite la memoria. Ci è possibile ricordare nomi, facce, luoghi, odori e sensazioni; questi ricordi tuttavia tendono a dissolversi nel corso del tempo, a subire modificazioni o parziali rimozioni. Tuttavia, persino quando i ricordi iniziano ad affievolirsi e svanire lentamente dalla nostra memoria cosciente, essi risiedono in maniera permanente nelle cellule del nostro corpo, sotto forma di sensazioni fisiche, reazioni automatiche e pattern comportamentali. Il corpo, dunque, non dimentica; esso costituisce una preziosa risorsa per l’evoluzione e l’integrazione psicologica dell’essere umano, poiché è in grado di rivelare un’ingente quantità di informazioni e ricordi riguardo il nostro passato. Ad esempio, ci è forse capitato di sperimentare tensione allo stomaco nel chiedere aiuto a qualcuno in un momento di difficoltà, o di percepire calore in viso esponendosi ad una folla di persone; di avere la nausea assistendo ad un litigio, o trattenere a stento le lacrime ascoltando una vecchia canzone. Queste sensazioni sono il nostro corpo che ricorda. Magari in passato ci è capitato di subire umiliazioni dopo esserci esposti, o di essere stati scherniti e screditati in seguito alle nostre richieste d’aiuto, perché la vulnerabilità non veniva accettata e dovevamo mostrarci indipendenti. Il corpo non ha la possibilità di esprimersi con le parole, dunque risponde e comunica attraverso la produzione di sensazioni fisiche.

In psicoterapia, il recupero del contatto tra mente e corpo consente un’integrazione psicofisiologica del passato; il processo di integrazione del dolore è ciò che permette di recuperare la libertà, svincolarsi dai limiti del passato ed estrarre il nettare della saggezza insito in ogni esperienza traumatica.

Recuperare il contatto psicologico con il corpo significa costruire, o meglio riparare, il ponte tra inconscio e consapevolezza, restaurando una comunicazione coerente tra i due fondamentali aspetti della nostra esistenza, ossia quello materiale (fisico) e quello energetico (mente).

Fintanto che rimaniamo inconsapevoli delle nostre ferite, ne siamo schermati e dunque “protetti” a livello cosciente, ma esse continueranno a manifestarsi nei nostri atteggiamenti o reazioni più inspiegabili, condizionando il nostro presente, limitando la nostra consapevolezza, castrando le nostre possibilità espressive e vincolando pertanto il nostro stesso futuro. Tutte le esperienze della nostra vita lasciano infatti un imprinting fisiologico nel nostro corpo, soprattutto quando viviamo esperienze di natura traumatica o situazioni di stress estremo a cui il nostro corpo reagisce con strategie di sopravvivenza, le quali fissano il corpo in modalità di attacco, fuga, blocco o adulazione al fine di sopportare e gestire la difficoltà.

Etimologicamente, “trauma” deriva dal greco τραῦμα che significa “ferita”. Il trauma  è dunque una lesione psichica che provoca un inspessimento psico(fisio)logico, interferendo pertanto con la capacità di crescere e svilupparsi in maniera sana. L’esperienza traumatica provoca dolore, e questo dolore viene registrato ed immagazzinato nelle cellule del corpo, impregnando l’intero sistema psicofisico dell’essere vivente; di conseguenza, si inizia a vivere e reagire alla vita sulla base della costante sofferenza sottostante. Esso inoltre provoca dolore, ed il terrore intride così numerosi aspetti della percezione e del comportamento dell’individuo, condizionando profondamente la relazione con se stessi e con l’ambiente –– sociale e naturale. Di conseguenza, il trauma non è ciò che ci succede, l’evento particolare che ci ha segnato e sopraffatto, ma ciò che succede dentro di noi come conseguenza di ciò che abbiamo vissuto. Il trauma è dunque quella ferita che ci rende meno flessibili, più rigidi, più difesi, affievolendo e limitando la nostra capacità di esperire e, in ultima analisi, di vivere (Gabor Matè, 2008).

Fintanto che la ferita aperta rimane intrappolata nel nostro corpo e non viene medicata, il processo di guarigione attraverso la cicatrizzazione non può avvenire, perché non siamo nemmeno consapevoli di avere un’infezione psicofisiologica in corso; possiamo solo osservarne i sintomi, che si manifestano come tentativi di comunicazione tra l’inconscio nel nostro corpo e la nostra consapevolezza. L’integrazione tra mente e corpo permette dunque di recuperare la comunicazione tra consapevolezza ed inconscio, e riflette una trasformazione di natura alchemica del dolore in saggezza, del fango in oro.

Quando il trauma è bloccato, congelato nelle cellule del corpo, il passato si manifesta nel presente, soffocando la nostra vitalità e limitando le infinite possibilità di manifestazione dell’esistenza. Ma il passato può essere sciolto ed imparare a vivere diversamente dentro di noi, manifestandosi come risorsa nel nostro presente, piuttosto che come peso psicologico e blocco fisico.

In una società sana, l’essere umano sarebbe in grado di guarire e rilasciare il trauma, o quantomeno lenire la risposta stressante ad esso associata, quanto prima possibile in seguito all’esperienza dolorosa. In particolare, la guarigione del trauma è un evento imprescindibile dall’esperienza di sicurezza, consistenza e supporto di natura collettiva; l’elemento caratteristico del trauma non è infatti tanto il dolore, quanto l’esperienza di ritrovarsi completamente da soli con quel dolore, venendone quindi sopraffatti. Ciò significa che, come avviene in numerose culture indigene dotate di una profonda saggezza terapeutica, la guarigione del trauma è un’esperienza di natura profondamente collettiva, in cui il gruppo sociale mostra compassione ed offre consistenti esperienze di sicurezza, fiducia e supporto affinché la persona recuperi il contatto con il proprio corpo e la propria anima, sentendosi nuovamente a casa –– nel proprio corpo, così come nel mondo. La saggezza insita nel trauma si rivela soprattutto nella possibilità che offre di riscoprire valori umani fondamentali di compassione ed interconnessione sociale, in quanto l’esperienza umana di condivisione e supporto collettivo sono alla base dell’integrazione psicofisiologica del dolore, restituendo all’individuo la sensazione psicofisica di unità con sé stessi e con il mondo.

Tuttavia, la nostra attuale società non permette di vivere un’esperienza lenitiva di tale impatto con molta facilità, ed è per questo che la maggior parte di noi trasporta inconsapevolmente gli imprinting psicofisici delle nostre esperienze passate (sia positive che negative) sparpagliati in tutto il nostro corpo. Spesso non sappiamo come rilasciare il nostro dolore, sciogliere il passato e guarire le nostre ferite, soprattutto perché non siamo minimamente consapevoli anche solo della loro esistenza. Fortunatamente, esistono modi in cui il dolore può essere affrontato e sciolto anche individualmente, in vista di un risanamento di tipo sociale e collettivo. L’integrazione dei traumi e la guarigione del proprio (psico)fisico passano infatti necessariamente dall’affrontare le questioni emotive che intessono la trama del tessuto cicatriziale doloroso. Di seguito vengono illustrati alcuni tra gli elementi fondamentali per un approccio auto-terapeutico alle emozioni dolorose:

  1. Atteggiamento non giudicante

Quando si innesca una reazione emotiva dalla quale ci si sente sopraffatti, è fondamentale non giudicare le proprie reazioni. Il giudizio non lascia spazio alla possibilità di comprendere il dolore e le motivazioni sottostanti, ed instaura un circolo vizioso di senso di colpa da cui cercheremo conforto con comportamenti spesso controproducenti. Le emozioni ci rendono umani, non cattivi o indegni.

  1. Permesso
    Risulta vitale darsi la possibilità di sperimentare e vivere appieno le proprie emozioni –– è necessario sentire per guarire. Spesso la necessità di sopprimere o mascherare le emozioni più scomode deriva dalla convinzione che esistano emozioni sbagliate o negative che non si dovrebbero provare. La soppressione delle emozioni porta ad una dissociazione dal proprio nucleo di autenticità, dalla propria anima e dal proprio cuore, conducendo paradossalmente all’aggravamento della ferita e all’abbandono di sé stessi, impedendoci di comprenderci ed accoglierci nella nostra autentica ed umana vulnerabilità. Per quanto possa risultare terribilmente sgradevole, permetterci di sperimentare le emozioni anche più “negative” che sorgono in noi consente loro di venire digerite e dunque espulse dal nostro sistema, come in un processo idraulico; questo atteggiamento non discriminatorio inaugura il processo di trasformazione alchemica del fango (sofferenza) in oro (saggezza) e permette di ottenere la pietra filosofale che la comprensione ed integrazione del dolore lascia in eredità a chi ha saputo accoglierlo e lasciarlo libero di insegnarci come riconnetterci a noi stessi.
  2. Rilascio
    Gli animali scrollano via lo stress attraverso le vibrazioni del corpo, e questo meccanismo li rende meno vulnerabili al trauma. Dopo esserci concessi di sperimentare le nostre emozioni più temute, una modalità di rilascio della carica elettromagnetica ad esse associate consiste nell’atto di scuotere ed agitare ritmicamente il proprio corpo –– cantare, ballare, piangere o semplicemente scrivere, bruciando in seguito le pagine intrise del proprio dolore come atto di rilascio simbolico. Queste modalità di rilascio permettono inoltre di dare una voce alle nostre emozioni più represse, che hanno sicuramente accumulato tanto da dire nel corso del tempo in cui sono state censurate, ristabilendo così il prezioso canale di comunicazione tra il corpo e la mente.
  3. Perdono
    La guarigione completa passa necessariamente dall’atto di perdonare innanzitutto se stessi. È importante ricordarsi che, qualsiasi sia stata la situazione che ci ha provocato sofferenza, noi abbiamo comunque fatto il possibile con le informazioni e soprattutto le capacità emotive, fisiche e psicologiche al tempo in nostra dotazione. Questo ci permette di onorare la nostra umanità, ampliando la nostra consapevolezza e permettendoci di riscoprirci parte di un universo in cui, attraverso la compassione, la fiducia ed il coraggio, è possibile apprendere dal dolore del passato e creare nuove alternative per il presente ed il futuro.
  4. Tempo
    Siamo cresciuto in una società in cui la velocità e la produttività dominano il nostro senso di valore. Questo atteggiamento frenetico ci ha spesso condotto a cercare la soluzione più veloce ad ogni problema, all’impaziente ricerca della pillola magica o l’elisir di guarigione che portano tuttavia a sacrificare la profondità ed il tempo di cui molti processi necessitano per giungere al loro naturale e sano completamento. La guarigione richiede tempo, e soprattutto pazienza. Il processo di integrazione del dolore è un vero e proprio viaggio alla riscoperta di se stessi, ed è un percorso che dura tutta la vita. La pratica rende il percorso più semplice, ma la perfezione non è una qualità umana, e ciò che risulta cruciale per la guarigione psicofisica è piuttosto la riscoperta degli strumenti di auto-guarigione dentro di sé, e la consapevolezza di poterli utilizzare per evolvere.

Autrice

Dott.ssa Valentina Rosone, psicologa e psicoterapeuta in formazione ad orientamento olistico.
Diplomata in Psicoterapia Biosintetica.

Autrice del libro:  IL SOGNO LUCIDO E LA NATURA DELLA COSCIENZA. 
                  ________                   Un Approccio Psicoterapeutico e Psicofisiologico Integrativo

Docente al Corso:  La Psicologia del Sogno Lucido e la Natura della Coscienza–>  Vai alla Presentazione del CORSO

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