Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Le parole sono essenziali… assieme al silenzio…

SORDOMUTISMO E PATERNALISMO CULTURALE E SANITARIO.

Quadrilogia di tre spunti per continuare a costruire un nuovo linguaggio nell’educazione, nella psicologia e nella medicina, più una sorpresa…                                                                                                                                                          – Prima parte

Essere aperti ad altre possibili prospettive…

Vogliamo parlarci addosso o parlarci dentro?

“Al principio, c’era colui che è “la Parola”.

Egli era con Dio; Egli era Dio”.

E la parola era Dio”.

(Vangelo di Giovanni, 1,1)

 

“Fai attenzione mentre parli

perché con le tue parole

crei un mondo attorno a te”.

(Proverbio Navajo)

Negli abissi del passato la parola è permeata di un valore sacro: perspicace intuizione dell’uomo che, fin dalle origini, può avere a disposizione un linguaggio articolato che trascende il mondo animale per spingersi ad acquisire potenzialità sacre, ben oltre l’aspetto visibile del cosmo. In varie cosmogonie antiche la divinità impasta l’essere umano e gli soffia il proprio alito, gli dona un linguaggio parlante, una voce.

È una consapevolezza profonda: un linguaggio simbolico e astratto consente ai popoli di adattarsi all’ambiente e soprattutto di tramandare conoscenze, abilità, interazioni, cioè di creare cultura e socialità.

Il presupposto fondamentale è la comunità: il singolo è solo e indifeso, l’intelligenza sociale protegge, esprime e potenzia le possibilità, inoltre innova e crea.

Come scrive Eric. Alfred Havelock, studioso del mondo greco preletterario, “l’informazione biologica è registrata nelle cellule, quella culturale è registrata nella lingua”. (1).

La parola salda relazioni interpersonali, dà forma a comunicazioni originali, organizza il sapere, il saper fare e il saper essere intergenerazionale, struttura ritualità significative, stabilisce normative e codici comportamentali: la parola è il collante delle comunità.

La parola tesse l’ordito della socialità affinché si possano creare infinite trame e diramazioni cognitive, affettive e sociali.

Per esempio, i poemi omerici costituiscono per i greci una modalità di memorizzazione per custodire e tramandare comportamenti, riti, cosmogonie e attributi divini.

Il poema consente di memorizzare sequenze ritmiche in cui il suono delle parole è preponderante rispetto al significato delle parole: ciò fissa con forte efficacia nella memoria, molto meglio di una prosa piatta e aritmica. I poemi sono uno specchio del nomos e dell’ethos, dello stile di vita della società a cui sono rivolte.

La parola ritmica diventa codice normativo, civile e religioso. Nelle religioni la parola immutabile diventa la parola di Dio e il sacerdote o il profeta la rappresenta e la veicola.

Le parole assumono variegate forme: poesia, teatro, filosofia, teologia, scienza…

Su un papiro del 2000 a. Cr. è stata trovata questa scritta: “La parola dà potere e i grandi condottieri ne sono ben consapevoli, le parole ben dette smuovono le persone efficacemente”. Le parole sono utilizzate dai potenti che tentano in tutti i modi di controllarle, spesso senza successo.

Le parole non sono solamente addizioni di lettere, una frase non è solamente una sequenza di parole che esprime concetti di vario tipo: le parole sono anche strumento di potere!

Con le parole abbiamo il potere di programmarci e riprogrammarci, di interagire con gli altri aiutandoli a programmarsi e a riprogrammarsi.

La psicoterapia del profondo, la psicoanalisi liberano il passato e il presente interrogando e analizzando i dialoghi interiori, i dialoghi con le persone del proprio passato e del proprio presente. Non importa se le persone sono vive o no, perché i dialoghi sono registrati e depositati nell’inconscio e possono, almeno in parte, essere portati alla luce al fine di ristrutturare la propria esistenza e consentire eventualmente nuovi progetti futuri.

Lo psicologo è spesso identificato con il dottore degli “svitati”, portatori di qualche non meglio identificato “problema cerebrale”. Appunto viene in gergo denominato “strizzacervelli”. E perché non “allargacervelli”? (2)

C’è chi pensa che lo psicologo intervenga, per esempio, a scuola esclusivamente o prevalentemente ove sussistano problemi, disturbi vari, comunque dove appaia qualcosa di patologico o di negativo.

Invece i confini del nostro cervello sono più larghi di quanto pensiamo possano essere: basta esercitare il cervello a essere largo, esercitarlo ad allargare i confini, ad andare oltre.

Noi abbiamo bisogno di creatività, di sensi aperti, noi abbiamo desiderio di spazi infiniti: l’infinito è inscritto in noi. Ogni limite, ogni definizione, ogni ristrettezza, ogni grettezza crea disagio. La cultura e la formazione, in particolare la psicologia e l’arte, non possono avere confini ristretti, forse neanche confini.

L’universo è molto largo, perciò allarghiamo il cervello.

Pensare è articolare e scambiare parole tra uomini e anche parole con se stessi in un dialogo interiore, intimo.  Per esempio, la maieutica socratica cerca di far prendere coscienza al discepolo a partire da quanto questi già sa, formulando buone domande al fine di stimolare buone risposte e così conoscersi meglio e aumentare la consapevolezza delle proprie risorse interiori.

Le parole opportune al momento opportuno sono chiavi con codice che possono rinchiudere tra le mura di una prigione oppure far sgorgare energie inattese, solo apparentemente miracolose.

…Provi chi legge a riandare a episodi o a momenti che gli hanno cambiato prospettive, fatto acquisire nuova consapevolezza o dato un giro di boa alla propria vita…

Una semplice frase, detta col tono opportuno, nel momento propizio; parole, frasi, metafore… Parole che hanno freddato, anestetizzato oppure, al contrario, hanno fatto venire a galla la propria linfa profonda, sepolta chissà da quanto tempo…

Quindi non sono solo parole, parole, parole, come recitava una canzone di vari anni fa o come può credere qualcuno: le parole sono sostanza, sostanza di relazione.

Nell’antichità su parole e stretta di mano si attuavano addirittura contratti: patti sulla parola!

Che poi attualmente ci sia una bulimia di parole inutili, ridondanti, enfatizzate e accentuate per audience, marketing o altri interessi… questa è un’altra questione eventualmente da riprendere e approfondire in altra sede.

Le parole non sono solo parole da proferire a vanvera, (3) le parole sono strumenti potenti: possono essere più devastanti di un colpo di pistola alle tempie… e lo dico a ragion veduta in base alla mia esperienza.

Le parole possono scoraggiare o debilitare per sempre oppure possono far risorgere a nuova vita; possono ghiacciare energie vitali oppure possono metabolizzare impensate speranze verso una nuova direzione dell’esistenza.

Le parole possono essere utilizzate come un coltello: strumento per ferire e profanare l’intimità di individui o comunità oppure strumento utile per cibarsi e per arricchire l’esistenza.

Le parole possono cambiare destini in meglio, possono essere iniezione di adrenalina pura.

In un mio libro (4) ho raccolto numerose parole, espressioni e vissuti degli alunni emersi duranti i molteplici progetti realizzati in alcune scuole come responsabile per vent’anni di un originale Servizio Psicologico di Sistema. Dai bambini e dai ragazzi ho imparato molto e sono convinto che questi feed back possano essere utili anche ad altre persone.

Ecco brevi esempi, i primi due positivi: “Ho parlato con il prof e ho scoperto che mi stima, al di là di come vado a scuola nella sua materia”; “Durante la gita ho parlato con la profe per un po’ e mi ha fatto capire che ho delle capacità da sfruttare…mi è scattato qualcosa”. Cioè: sapersi amati e stimati dà forza e incoraggia.

Altri due esempi, invece, negativi: “Gli adulti sono abituati a dare risposte senza essersi fatti domande su cosa provo e vivo io”; “Papà mi ha fatto un grosso regalo, io avrei preferito però stare un giorno da soli io e lui, andare da qualche parte per parlare un po’ e vedere qualcosa assieme”.

In molte tradizioni gli individui si identificavano -e si identificano tuttora- in base a un soprannome che può essere appioppato da qualcuno oppure scelto per proprie motivazioni, diventando uno pseudonimo significativo. Anche i membri di numerosi ordini religiosi assumono un nuovo nome… e non è un cambio banale.  Nelle mie zone di residenza, per esempio, si usa ancora dire: “È figlio di…” con l’aggiunta del soprannome. Frequentemente il soprannome diventa più evocativo del nome originario, richiama, veicola e celebra significati potenti e pregnanti.

Nei rituali magici il mago non può benedire o maledire qualcosa o qualcuno che non può nominare.

In alcune religioni solo Dio è indicibile, non può avere un nome, non ne ha bisogno; oppure viene invocato con numerosi nomi, perché non è racchiudibile in un solo ristretto nome.

Però… Se mentre si ascoltano le parole dell’altro, non si fa tacere il brusìo delle proprie riflessioni o giudizi, non si può sentire davvero la potenza espressiva di chi ci sta davanti.

Scriveva Lope De Vega nel XVII secolo: “Se fossi re, istituirei cattedre per insegnare a tacere”. Tacere ascoltando, per parlare, poi, al cuore. Talora gli adulti parlano troppo e ascoltano troppo poco ciò che pulsa nell’interiorità dei bambini e dei giovani.

C’è un silenzio tremendo, castrante, pesante: “Il gioco preferito di mio papà è il gioco del silenzio”, mi confidava un ragazzo…  Ma c’è un silenzio diverso, stimolante, quello espresso in uno slogan pubblicitario di parecchi anni fa: “Il silenzio è il rumore dell’anima”.

Nella nostra epoca il silenzio è spesso istintivamente collegato a un significato negativo, associato a una mancanza, a un’assenza, per certi versi potremmo parlare di “allergia al silenzio”. Il silenzio è percepito come l’opposto del parlare, come la pausa l’opposto di un suono e di una nota, come il vuoto è considerato sinonimo del nulla.

Invece è esattamente il contrario: il silenzio è un elemento fondamentale del linguaggio, la pausa è strettamente connessa al suono, il vuoto è una componente sostanziale della materia.

Silenzio, pause, vuoto hanno una potenza espressiva notevole! I silenzi, le pause e il vuoto parlano… se li sappiamo utilizzare e integrare nel nostro stile di vita, sia personale che professionale!

Parola e silenzio sono le due facce della medaglia chiamata comunicazione:

COM-UNIC-AZIONE, con unica azione!

Le parole sgorgano a partire dal silenzio ed è essenziale che ad esso siano sempre connesse. Le parole non si possono tessere soltanto con altre parole; le parole si intrecciano intrinsecamente con il silenzio, come l’ordito con la trama.

Come d’altronde le note di un brano musicale con le pause. Le stesse fondamenta dello spirito sono permeate di silenzio, come il vuoto è intriso di energia.

Le parole che nascono dal silenzio, gemello dell’ascolto profondo, generano buoni frutti; le parole che originano solo da altre parole -o dal rumore- producono reattività controproducenti e poco funzionali. Inframmezzate dai silenzi le parole trattengono il respiro e rimemorano le comuni origini, l’essenzialità primitiva, primordiale, arcaica e archetipica delle radici individuali e collettive.

Anche i sogni sono immagini e comunicazioni colme di silenzi; le immagini e le metafore dei sogni sono molto più pregnanti e significative delle immagini da svegli.

Tra l’altro nei sogni passato, presente e futuro sono uniti, strettamente connessi, anche per questo si evidenzia spesso la natura profetica dei sogni, valorizzata culturalmente in molte culture antiche.

Abbiamo la responsabilità di poter utilizzare le parole per navigare tra immaginazione e realtà, tra superficie e profondità, tra i confini dati e gli orizzonti ampi da noi desiderati e cercati. Comunque sporgersi oltre!

Possiamo scegliere cosa nominare e come nominare, di cosa parlare e di come parlare, dialogare e comunicare. Possiamo scegliere cosa vogliamo far nascere e far crescere per il nostro futuro… ovviamente senza manie di onnipotenza.

Oltre la visione miope limitata a un solo tempo e a uno spazio ristretto, per di più ricordando che il tempo e lo spazio sono relativi, non esistono di per sé.

Abbiamo la responsabilità di scegliere la profondità della comunicazione che vogliamo.

Le parole possono chiudere epoche, addirittura civiltà oppure possono far sbocciare nuovi rinascimenti.

Anzi direi di più, non può esserci qualcosa di nuovo senza parole nuove! Quindi parole nuove per una civiltà nuova, una civiltà nuova con parole nuove!

Prendiamo in cura le parole. Sta a noi sceglierle con cura.

 

Ecco una sollecitazione, tra i tante possibili, per compiere un primo passo: riconoscere i linguaggi che manipolano perché molti linguaggi tendono a nascondere, a occultare come i prestidigitatori, interi pezzi di realtà oppure a presentare un solo pezzo di realtà, come se fosse l’unico e il migliore! Alla ricerca perciò…

Un piccolo esempio da far risuonare dentro di sé con due frasi: “Paolo ha problemi di socializzazione”; “Paolo ha problemi a socializzare”. “Maria ha difficoltà di apprendimento”; “Maria ha difficoltà a imparare”.

Le prime frasi evocano in un certo senso un dato di fatto, fissità, perentorietà, immutabilità: è così; le seconde frasi possono aprire spiragli e spazi per quesiti: per esempio, problemi a socializzare con chi? Difficoltà a imparare cosa? Basta una piccola differenza tra le preposizioni “di” e “a”.

Si può notare anche come risuonano diversamente i termini problemi o difficoltà…

Nei corsi laboratoriali in progetto sarà possibile concretizzare variegate esercitazioni con l’intento di mettersi in gioco in modo aperto, dinamico e creativo.

– Fine prima parte –

Riferimenti bibliografici e note della prima parte

  1. Havelock Eric Alfred, La nascita della coscienza, Laterza, Roma-Bari, 1983, p. 21.
  2. Allargacervelli: termine da me ideato al posto di “strizzacervelli”, perché il mio cervello e quello altrui è preferibile allargarlo anziché strizzarlo. Il mio motto è: “Ognuno ha dentro un allargacervelli”, cioè la possibilità di trovare ed esplorare nuovi orizzonti e nuove possibilità.
  3. Parlare a vanvera: la vanvera da passeggio era un oggetto in pelle diviso i quattro parti; la prima parte era una coppa su misura che aderiva alle natiche, questa comunicava con un collo a una vescica che raccoglieva i gas intestinali, terminava con un pertugio munito di una chiusura con spago per permettere lo sfiato. Chi lo utilizzava e soffriva di meteorismo lo indossava sotto il mantello o la gonna, in tal modo ogni rumore era attenuato e ogni odore evitato nelle attività sociali e si poteva sciogliere lo spago in posti isolati. Lo strumento oggi suscita ilarità e il termine “vanvera” non deriva da questo strumento sopra descritto, ma prende il nome di “vanvera” proprio per l’assonanza onomatopeica di “parlare all’aria”.
  4. Pagnoncelli Davide, Figli felici a scuola. Come migliorare l’esperienza scolastica dei propri figli con l’aiuto di un allargacervelli, Bruno Editore, Roma 2018.
Autore

Davide Pagnoncelli
Psicologo e Psicoterapeuta
Specializzato in Psicoterapia Analitica e Psicoterapie Brevi

Leave a comment

Sede Legale A.I.O.S.A.:
Arzachena SS
Loc. Bilianusaldu 1
C.F. 91063900905

Cell. +39 345.5119796
Newsletter

La Newsletter è quella legata all'Istituto di Biofisica Informazionale e promotore di questo Progetto.

Iscrivendoti riceverai gratuitamente e in formato digitale anche la nostra Rivista di Medicina Integrativa Informazionale Scienze Biofisiche

A.I.O.S.A. – I.B.I. – Istituto Biofisica Informazionale ©. All Rights Reserved.